Figura di Donna (Ritratto di Violette) - Lionne

ENRICO DELLA LEONESSA (LIONNE)

(Napoli, 1865 – 1921)

Figura di Donna (Ritratto di Violette), 1920

olio su tela, 115×77 cm

Firmato in basso a sinistra: E Lionne/1920

Provenienza

Provenienza: collezione privata; Società di Belle Arti di Viareggio; collezione Fondazione C.R. Tortona.

Esposizioni

Dodicesima Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia, 1920, n. 11.

Bibliografia

12. Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia 1920, Bestetti & Tumminelli, Roma, 1920, n. 11, p. 91, p. 35 ripr.;

Dodicesima esposizione internazionale d’arte della città di Venezia, 1920, elenco completo delle opere vendute, Officine grafiche Carlo Ferrari, Venezia, 1920, s.p.;

F. Sapori, L’Arte Mondiale alla XII Esposizione di Venezia, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1920, p. 140, ripr.;

A. Lancellotti, Le biennali veneziane del dopo guerra : 12., 13., 14. Maglione & Strini, Roma, 1924, p. 10;

Tedeschi, a cura di, Incontri. Nuove esplorazioni nel Divisionismo, Milano Electa 2017, pp. 44-47, ripr.

Note critiche

Di origine napoletana, Enrico della Leonessa (Lionne) si forma sull’esempio del conterraneo Domenico Morelli mediato dall’allievo Enrico Fiore, assorbendone la ricchezza cromatica, la sensibilità luministica e la propensione alla resa psicologica per integrarle audacemente con la sua già spiccata e innata attitudine disegnativa. Chiamato a Roma nel 1885 da Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio come illustratore per il “Giornale di Roma”, la prima di un nutrito numero di riviste di cui sarà collaboratore, Lionne subisce in città l’influsso di Antonio Mancini, verificando le potenzialità di una pennellata capace di fondere soggetto e ambiente per mezzo dell’abile interazione di un colore che si tramuta in luce e materia. L’avvicinamento di Lionne al Divisionismo avviene negli ultimi anni del secolo come naturale approdo delle pregresse ricerche; non tralasciando uno studio attento dell’ormai famoso trattato di Odgen Rood Théorie scientifique des couleurs et leurs application à l’art et à l’industrie del 1879, il napoletano sviluppa una concezione libera e personalissima della scomposizione delle tinte per mezzo della reiterazione di segni larghi e vaporosi, che invadono la tela dissolvendo i contorni di oggetti e figure con effetti di straordinario fascino onirico, accentuato dalla scelta di una gamma antinaturalistica declinata in tutti i toni del viola.

Realizzato nel 1920 e presentato alla Biennale di Venezia dello stesso anno con il titolo Figura di Donna – “Più robusto del solito”, commenta Arturo Lancellotti nel suo resoconto dell’esposizione[1] –  il dipinto di Lionne è ulteriore elaborazione di uno dei temi prediletti del pittore, quel raffinato ritratto borghese già inaugurato con successo da Caffè concerto, del 1905, e sviluppato in Violette e Sogni, entrambi del 1913, e nel più tardo L’attesa, del 1919. Come questi ultimi ricco delle suggestioni simboliste e decadenti che permeavano la Roma dell’epoca, il quadro è accomunato ai precedenti dalla presenza di una giovane donna affascinante quanto enigmatica, per ambientazione analogo al menzionato e più marcatamente divisionista Violette – si riconosce a sinistra il medesimo comodino ligneo con appoggiato l’identico vaso sferico che raccoglie piccoli mazzetti di violette – e per trattamento del tessuto cromatico più simile a L’attesa, in cui zone a colori franti si avvicendano ad altre concepite con un più tradizionale impasto. Disposta lungo la diagonale che attraversa il rettangolo della tela, la protagonista di Figura di Donna  – vestita da un abito scuro impreziosito da ricami a rose e foglie stilizzate, il volto incorniciato da un cappello a tesa larga e da una corta pettinatura mossa alla moda – è una femme fatale meno aggressiva delle antecedenti, quasi indifesa nell’ipnotico sguardo ceruleo che, pur rievocando la fissità degli occhi spiritati delle creature demoniache di Fernand Khnopff, appare intenso nella sua umanità, teso ma assente, fiero ma mite, seduttivo ma ingenuo. Lionne, che aveva aderito nel 1912 alla Secessione Romana – “avanguardia moderata” nata sul modello delle Secessioni europee di fine Ottocento come alternativa all’egemonia della Società degli Amatori e Cultori – dichiara una significativa apertura al contesto internazionale con palesi riferimenti che spaziano da Khnopff a Klimt, da Degas a Toulouse Lautrec. Rilevante in Figura di Donna è la bella posa delle mani giunte, ripiegate a sostenere il mento in un gioco di linee ai limiti del decorativismo che cita il Klimt del Fregio di Beethoven (si veda in particolare l’allegoria della Compassione in L’anelito alla felicità) e del Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, complice la diffusione in Italia dell’opera dell’artista austriaco già avviata allo scadere del secolo e compiuta con la fondamentale sala personale della Biennale di Venezia del 1910, con il successo all’Esposizione Internazionale Romana del 1911 e col programmatico invito alla seconda mostra della Secessione Romana del 1914.  Modulata su una vasta gamma di blu violacei distribuiti ad ampi tocchi da cui emergono solo il viso e le mani finemente puntinati di luminosità divisioniste, la tela non è estranea ad echi della coeva fase berlinese dell’espressionismo tedesco nell’utilizzo ardito di tonalità dissonanti, come la nota fredda e stridente di verde acido del motivo vegetale che orna la tappezzeria sullo sfondo peraltro individuabile anche in Violette e L’attesa.

Esposto alla biennale veneziana del 1920 insieme ad altri quattro dipinti, fra cui tre nature morte e il ritratto di una popolana – “figure di donne, e fiori tutti inebbriati (sic) dalle tinte da lui predilette, insieme poetici e manierati”[2] –  l’opera risulta nell’occasione venduta, sebbene l’imprecisione dei documenti, che riportano i nomi degli acquirenti di due quadri dallo stesso titolo Figura di Donna, rendano impossibile un sicuro accertamento dei primi proprietari.[3]

Note

[1] A. Lancellotti, Le biennali veneziane del dopo guerra : 12., 13., 14. Maglione & Strini, Roma, 1924, p.10

[2] F. Sapori, L’Arte Mondiale alla XII Esposizione di Venezia, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1920, p.37.

[3] I dipinti esposti da Lionne nell’occasione, come riporta il catalogo della Biennale, sono cinque, Figura di donna, Trasteverina, e tre dal generico titolo Fiori (12. Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia 1920, Bestetti & Tumminelli, Roma, 1920, p. 91). Il resoconto delle opere vendute ne elenca invece sei, Trasteverina, Dalie, Idillio, Rose e viole, e due dall’identico titolo Figura di donna, una acquistata  dal Cav. Carmelo Guadalupi, l’altra dall’Arch. Giuseppe Jaccuzzi (Dodicesima esposizione internazionale d’arte della città di Venezia, 1920, elenco completo delle opere vendute, Officine grafiche Carlo Ferrari, Venezia, 1920 s.p.).