Andando in fabbrica - Romiti

GINO ROMITI

(Livorno, 1881 – 1967)

Andando in fabbrica, 1901

olio su tavola, 16,5×29,5 cm

Firmato in basso a sinistra: G. Romiti 1901=

Provenienza

collezione privata, Livorno; collezione Fondazione C.R. Tortona.

Bibliografia

F. Cagianelli, a cura di, Gino Romiti: un realista sognatore tra terra e mare, M. Pagliai, Firenze, 2007, pp. 8-9, ripr.;

F. Cagianelli, D. Matteoni, a cura di, Il divisionismo. La luce del moderno, catalogo della mostra (Rovigo 25 febbraio-24 giugno 2012), Silvana, Cinisello Balsamo, 2012, p. 77 ripr.;

F. Tedeschi, a cura di, Incontri. Nuove esplorazioni nel Divisionismo, Milano Electa 2017, pp. 88-91, ripr.

Note critiche

Rara tavoletta della prima produzione romitiana che palesa nella scelta tematica le inclinazioni socialiste dell’allora giovanissimo pittore dalle modeste origini – ‘La sua via fu aspra e travagliata […] affaccendato in vari mestieri, ora bottaio, ora impiegato, ora ritoccatore fotografo, e per poco non anche fattorino di banca, perché respinto”[1] – Andando in fabbrica risale al 1901, data di poco posteriore all’esordio ufficiale dell’artista alla Permanente di Milano del 1898. Nello stesso 1901 è peraltro segnalata[2] la partecipazione di Gino Romiti alla Terza Esposizione d’Arte di Livorno, dove presenta tre dipinti fra cui uno dal programmatico titolo Martiri del Lavoro, non riprodotto né più documentato in altri cataloghi, che per soggetto e stretta coincidenza temporale apparirebbe straordinariamente affine, se non addirittura assimilabile, al nostro. Livornese, formatosi alla scuola di Guglielmo Micheli, dove conosce Giovanni Fattori ottenendone l’appoggio e la stima, Romiti riesce a combinare nel piccolo olio le suggestioni del conterraneo Plinio Nomellini – che già aveva ampiamente affrontato le scottanti questioni sociali in Lo sciopero, del 1889, La diana del lavoro e Mattino in officina, del 1893 – con gli imprescindibili principi della pittura macchiaiola, rielaborati in chiave personalissima “colle ulteriori scoperte sulla vibrazione del colore dei divisionisti”[3]. Concepita entro un ridotto formato rettangolare, la composizione riecheggia quelle del Micheli nella prospettiva centrale e nell’orizzonte rialzato, collocando lungo una strada circondata dalla campagna fantasmi di uomini come ombre scure incamminate verso la fabbrica, il cui profilo in lontananza è definito dai bassi volumi dei capannoni illuminati e dalle esili verticali delle ciminiere svettanti. Il quadro si distanzia dall’esempio del maestro per l’originalità del taglio delle figure in primo piano che favorisce nello spettatore l’immedesimazione nella scena, uno studiato accorgimento frutto con ogni probabilità del gusto maturato nel laboratorio fotografico dove all’epoca lavorava, circostanza avvalorata dalla scritta autografa a matita sul retro della tavola in cui sono riportati appunti tecnici di sviluppo e stampa. Sagome senza volto, chiuse in pesanti palandrane per ripararsi dai rigori della gelida alba che i poderosi rami rinsecchiti di un albero lontano suggeriscono, gli operai di Romiti hanno la forza evocativa già propria tanto del nomelliniano Mattino in officina quanto del pressoché coevo L’alba dell’operaio di Giovanni Sottocornola, entrambi consci dei modelli mitteleuropei e di Constantin Meunier in particolare. Sorprendente nel minuto olio di Romiti – che proclama fiero la sua autonomia artistica dichiarandosi “né impressionista, come a qualcuno è piaciuto chiamarmi, né un divisionista, come a qualche critico parve comodo definirmi. Ma sono l’uno e l’altro”[4] – è l’utilizzo diversificato delle tinte, diluite con estrema leggerezza sull’attento disegno preliminare a creare finissime trasparenze che lasciano emergere la trama delle venature del supporto ligneo. Alternando zone dove l’impasto cromatico è più denso ad altre in cui si dirada nella tessitura sottile di tocchi franti, a volte filamentosi, il dipinto conferma la vicinanza di Romiti al divisionismo di Vittore Grubicy, già a quelle date recepito per il tramite del livornese Benvenuto Benvenuti, seppure un incontro diretto con il maestro milanese avvenga solo nel 1906: “Così, nel risolvere il problema delle vibrazioni luminose, mi attengo alle sicure conquiste del divisionismo […] quando si tratta di raccogliere su di una tavoletta un’impressione immediata, fugace, che esige prontezza d’esecuzione, perché il tempo finirebbe per velarla e col trasformarla dinanzi al mio spirito, non disdegno ricorrere, secondo la disciplina dei toni e dei valori, a quella pennellata larga, viva, sintetica, che fu tanto cara ai macchiaioli toscani.”[5] Se Andando in fabbrica rappresenta al momento un esemplare unico nell’opera nota di Romiti, interamente consacrata alla trascrizione degli incanti di una natura mite e armonica, esso riveste importanza primaria in quanto precoce e  fondamentale approdo della poetica di un ‘realista sognatore’, già sicura nel fondere le ragioni di un colore che è forma e luce con quelle di una struttura e disegno rigorosi, non rinunciando altresì all’attitudine lirica e visionaria che qualifica fin dagli albori la cifra stilistica del pittore.

Marina Scognamiglio

Bibliografia di riferimento

Comitato per le feste estive, a cura di, 3. esposizione d’arte, catalogo della mostra (Livorno 1901), S. Belforte, Livono, 1901

G.Rosadi, XLVII riproduzioni di opere di Gino Romiti, Bottega d’arte, Livorno, 1922

M.Borgiotti, a cura di, Coerenza e modernità dei pittori labronici, Giunti Martello, Firenze, 1979

F.Donzelli, a cura di, Pittori livornesi: 1900-1950. La scuola labronica del novecento, Cappelli, Bologna, 1979

F.Donzelli, Gino Romiti (1881-1967), Cappelli, Bologna, 1983

R.Monti, a cura di, Il Divisionismo toscano, De Luca, Roma, 1995

Cagianelli, a cura di, Gino Romiti: un realista sognatore tra terra e mare, M.Pagliai, Firenze, 2007

Cagianelli, D. Matteoni, a cura di, Il divisionismo. La luce del moderno, catalogo della mostra (Rovigo25 febbraio – 24 giugno 2012), Silvana, Cinisello Balsamo, 2012

Note

[1] G.Rosadi, XLVII riproduzioni di opere di Gino Romiti, Bottega d’arte, Livorno, 1922, p. 7-8

[2] “III Esposizione d’Arte a cura del “Comitato per le Feste Estive”, Livorno, 1901, G.Romiti espone tre dipinti: “Martiri del lavoro, “Avanti”, “Meriggio festivo”” (F.Donzelli, Gino Romiti (1881-1967), Cappelli, Bologna, 1983, p.98).

[3] Gino Romiti citato da Gastone Razzaguta in L’arte moderna ma equilibrata di Gino Romiti, “Corriere del Tirreno”, 16 aprile 1938

[4] F.Donzelli, 1983, op.cit., p.70

[5] Ibidem, p.70