Suburbio - Olivero

MATTEO OLIVERO

(Pra Rotondo di Acceglio, 1879 – Verzuolo, 1932)

Suburbio, 1920

Olio su tela, 119,8 x 139 cm

Firmato in basso a destra: M.Olivero

Provenienza

Cesare Germani, Bologna; collezione Vermetti, Torino; Società di Belle Arti, Viareggio; collezione Fondazione C.R. Tortona.

Esposizioni

XII Esposizione d’Arte di Venezia, Palazzo delle Esposizioni, Padiglioni, 15 aprile-31 ottobre 1920;

I divisionisti piemontesi da Pellizza a Balla, Aosta, Museo Archeologico Regionale, 21 giugno-26 ottobre 2003 (n. 28, p. 133, ripr.);

Divisionismo. Il contributo dei piemontesi da Morbelli a Balla, Novi Ligure, Museo dei Campionissimi, 29 novembre 2003-29 febbraio 2004 (p. 22, ripr., p. 23, n. 19, p. 81, ripr., p. 111);

A. Mistrangelo, F. Poli, G. Schialvino, a cura di, Da Avondo a Zorio. Parte prima. Dall’unità d’Italia alla Grande Guerra, catalogo della mostra, Settimo Torinese, Casa dell’Arte e dell’Architettura “La Giardiniera”, 19 novembre 2008-19 febbraio 2009 (p. 148, 150-151, ripr. e ripr. in copertina).

Bibliografia

F. Sapori, La dodicesima Esposizione d’Arte a Venezia, 1920, Bergamo 1920, p. 39;

F. Caroli, a cura di, il Divisionismo. Pinacoteca Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, Electa, Milano 2015, pp. 196-199, ripr., n. 85, p. 237, ripr.

Note critiche

“Mi riconduce al divisionismo accorato, affascinante di Giuseppe Pellizza, Suburbio di Matteo Oliviero (sic)”[1]. Con queste parole Francesco Sapori commenta le peculiarità tecniche e stilistiche di Matteo Olivero nella monografia dedicata alla Biennale di Venezia del 1920, dove il pittore di Acceglio esponeva Uno strambo in piazza San Marco, curioso autoritratto davanti alla celebre basilica veneziana, e Suburbio, pregevole saggio divisionista, grande tela che inquadra un’anonima figura che transita sullo sfondo della periferia dell’amata Saluzzo, dal 1905 sua patria di adozione. Largamente apprezzato dal pubblico e dagli artisti stessi nel corso della manifestazione veneziana, Suburbio viene acquistato in quell’occasione dal collezionista bolognese Cesare Germani, e si afferma come uno dei risultati più maturi e intensi del repertorio di un pittore da sempre dedito al vero, impegnato a ricercare gli effetti di luce naturale tramite la scomposizione di matrice divisionista. Conosciuto infatti Pellizza alla Quadriennale di Torino del 1902, dove il volpedese esponeva Quarto Stato e lo stesso Olivero si presentava con Ultime Capanne, il giovane, reduce dalla formazione all’Accademia Albertina di Torino, accoglie dal 1903 i suggerimenti, i consigli e gli sproni del più anziano e venerato maestro, dispensati in un dialogo epistolare che si protrae negli anni e svela una sempre più marcata impronta amichevole. Suggestionato dagli effetti del Sole nascente pellizziano, nonché appassionato del paesaggio montano, Olivero trova altresì in Segantini, sulle cui tracce affronta nel 1902 un viaggio in Svizzera a raggiungere Ginevra e Saint Moritz, un impareggiabile modello di luminosità ottenuta per mezzo del frazionamento delle tinte. Il suo divisionismo, mediato anche dalla conoscenza dell’arte d’oltralpe – Olivero ha rapporti con Parigi fin dal 1904, e vi espone in una mostra individuale nel 1910 – appare originale ed autonomo, caratterizzato sovente dall’uso di cromie fredde modulate sulla gamma dei blu, dei viola, dei verdi, e contaminato da echi ancora tonali. “Faccio il divisionismo, come lo sento e come lo vedo, amo esser personale […] Amo fare i quadri di grandi dimensioni, perché meglio posso spiegare ciò che sento e ciò che vedo, e nei miei paesaggi cerco sempre gli effetti di luce vibrata, di rendere i momenti poetici”[2]. Il metodo di Olivero presupponeva una fase di osservazione preliminare declinata in studi sul motivo volti all’elaborazione della tela ultima, che abitualmente era di misure ragguardevoli. Che fossero considerati dall’autore meri schizzi o opere compiute, il cospicuo numero di piccoli dipinti oggi noti rappresenta un nucleo importante della produzione dell’artista, veloci frutti di una mano felice capace di cogliere con sapienti tocchi di pennello luci, umori, atmosfere.

Anche Suburbio è preceduto da una serie di prove risalenti allo stesso 1920 fra cui Suburbio-bozzetto, fresco e istintivo olio su tavola firmato e dedicato “All’amico carissimo V.R.”, che ricalca il quadro definitivo allargando però l’orizzonte sulla sinistra a comprendere un ulteriore caseggiato, Vecchia stazione del tram a Saluzzo, bozza ad olio su tavoletta per il solo fondale, pressoché identico a quello conclusivo, La madre per istrada – studio per suburbio e Figura studio per suburbio, entrambi riferiti all’unico personaggio in lungo abito scuro presente, l’anziana madre dell’artista, che posa indefessamente, e per tutta la vita, per il figlio. La composizione finita sfrutta soluzioni che ritornano spesso nella pittura di Olivero degli stessi anni (Alla Madonna dell’Olmo, Figura nella neve col sole, Vecchia Saluzzo), in particolare l’espediente del soggetto isolato in primo piano in uno scenario deserto dall’abbagliante chiarore “che vi lascia la retina stanca”[3]. Sulla destra dell’ampia tela una sagoma in vigoroso controluce, accompagnata dalla lunghissima ombra violacea, incede sulla strada vuota costeggiata dalle rotaie che curvano verso i bassi edifici di una stazione; sullo sfondo, fra monettiane nuvole di fumo, un solo puntino di rosso puro emerge a riscaldare i gelidi biancori di un cielo invernale.

Note

[1] F. Sapori, La dodicesima Esposizione d’Arte a Venezia, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, Bergamo, 1920, pag. 39

[2] G. L. Marini, Matteo Olivero, catalogo della mostra (Saluzzo 17 settembre – 2 ottobre), Il Prisma, Cuneo, 1994, pag. 29

[3] E. Vitelli, L’ Arte alla VII biennale di Venezia, Società Tipografico – Editrice Nazionale, Torino, 1908, pag. 52