La charrue abandonnée - Macchiati

SERAFINO MACCHIATI

(Camerino, 1861 – Parigi, 1916)

La charrue abandonnée, 1903

Olio su tela, 46,2×55,2 cm

Firmato e datato in basso a destra: S.Macchiati/ 3-1-903

Provenienza

Finarte, Milano 29 ottobre 1998 (p.25, n.28); Collezione Bellini-Torre, Voghera; collezione Fondazione C.R. Tortona.

Esposizioni

XIII° Esposizione Internazionale d’arte della città di Venezia 1922. Catalogo, Venezia, Palazzo delle Esposizioni, 15 aprile-31 ottobre 1922 (p. 83, n.1) (L’aratro);

Angelo Barabino nel contesto divisionista, Voghera, Sala Luisa Pagano, 7-28 novembre 1999 (p. 49, n. 26, ripr.).

Bibliografia

G.L. Marini, Il valore dei dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento, Torino 1999, p. 441, ripr.;

R. De Grada, S. Frezza Macchiati, Serafino Macchiati. Pittore, Torino, 2003, p.113, n. 5, ripr.;

Il Divisionismo. Pinacoteca Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, Tortona 2012, p. 26, 181, n. 60, pp. 79, 158, ripr.;

F. Caroli, a cura di, il Divisionismo. Pinacoteca Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, Electa, Milano 2015, pp. 112-115, ripr., n. 45, p. 223, ripr.

Note critiche

Nato a Camerino nel 1861, Serafino Macchiati si era più volte trasferito con la famiglia a causa del lavoro paterno fino ad approdare nel 1880 a Roma, dove si era fermato per diciotto anni. Insofferente alla didattica, studente solo per un tempo brevissimo all’Accademia di Bologna, Macchiati si forma nell’ambiente romano di fine Ottocento a contatto con Giacomo Balla, Duilio Cambellotti, Giovanni Prini e gli scrittori Giovanni Cena e Sibilla Aleramo, assorbendo le idee socialiste del circolo di intellettuali che si opponeva di fatto all’imperante retorica dannunziana del tempo. La sua fortuna come illustratore è nota: grazie al successo dei disegni per la rivista romana Tribuna Illustrata, realizzati in gran numero fra il 1892 e il 1896, viene apprezzato dall’editore Alphonse Lemerre, che lo chiama a Parigi dove si trasferisce definitivamente nel 1898, consolidando la sua notorietà con collaborazioni di prestigio nell’ambito della cronaca e della letteratura. Già a Roma impegnato nella pittura con risultati notevoli, Macchiati aveva raggiunto la Francia con il sostegno di Vittore Grubicy che, colpito dalle spiccate doti segniche e cromatiche del giovane, lo aveva iniziato al divisionismo, introducendolo nel gruppo che gravitava intorno alla galleria gestita dal fratello Alberto. Raffaele De Grada precisa che “come pittore Macchiati è altrettanto immerso nell’atmosfera della sua nuova patria francese quanto lo è nella vita parigina come disegnatore”[1], considerando che “la differenza è che l’illustrazione rispecchia la vita della società a lui contemporanea, la pittura quella della natura, come l’avevano vista gli artisti del luogo, cioè gli impressionisti”[2]. La natura è il primo riferimento del marchigiano, alla costante ricerca di “questo o quel cantuccio della campagna francese”[3] da tradurre con la lirica e spontanea freschezza del suo pennello imbevuto della tavolozza impressionista. La consacrazione come pittore giunge postuma: è Vittorio Pica, che già nel 1904 nelle pagine di Emporium[4] aveva tessuto le lodi del giovane illustratore pressoché sconosciuto in Italia e già famoso oltralpe, a presentare nel 1922 la sala a lui dedicata alla Biennale di Venezia. Tra la trentina di opere esposte nella rassegna, figura anche Le charrue abandonnée, olio su tela del 1903 che manifesta la decisa evoluzione in chiave divisionista intrapresa a partire dal 1900, anno in cui ospita per alcuni mesi l’amico Balla, allora poverissimo, procurandogli anche alcuni lavori come disegnatore. Caratterizzata da una composizione tanto efficace quanto semplice, la tela è inondata da una seducente cromia rosa che dall’ampia fascia di terreno invade l’orizzonte che trascolora nel blu, interrotta solo dalla lunga traccia obliqua della lontana ferrovia, dal sottile confine alberato e dalla carcassa dell’aratro abbandonato per l’inverno (la tela reca la data in basso a destra 3/1/903), parte ormai inscindibile del paesaggio di cui raccoglie colori e umori. Nel primissimo piano la pennellata si frange in tocchi sottili che sovrappongono una fitta e dinamica trama turchina alla superficie più compatta del campo rossastro.

“Macchiati in un certo senso si districa dall’ideologia del tecnicismo divisionista per ritrovare quella serenità che fu propria dei grandi maestri dell’Ottocento come Franҫois Millet che in un aratro trovato sul campo trovavano la forza per raccontare la vita umile dei contadini che con quell’aratro avevano prodotto le messi dorate le cui vestigia si potevano ancora rintracciare nel tappeto tenuamente dorato di un campo di Francia”[5].

Il tema del lavoro contadino, già affrontato in quello stesso anno nel pastello La charrue[6], dove la presenza umana completa la scena alludendo alla fatica della vita agreste, è trattato senza concessioni retoriche, e testimonia l’inclinazione socialista di Macchiati già palese a Roma e rinfrancata a Parigi dalla conoscenza dello scrittore, giornalista e “umanissimo rivoluzionario”[7] Henri Barbusse.

Note

[1] R. De Grada, S. Frezza Macchiati, Serafino Macchiati. Pittore, Allemandi, Torino, 2003, pag. 15

[2] Ibidem

[3] V. Pica in Mostra individuale dei pittori Serafino Macchiati, Sirio Tofanari, Mario Sotgia: maggio 1923, Bestetti & Tumminelli, Milano, 1923, pag. 16

[4] V. Pica, I giovani Illustratori italiani: Serafino Macchiati, in “Emporium”, vol. XX, n. 118, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, pp.293-306

[5] R. De Grada, S. Frezza Macchiati, 2003, op. cit., pp. 19-20

[6] R. De Grada, S. Frezza Macchiati, 2003, op. cit., cat. 50

[7] R. De Grada, S. Frezza Macchiati, 2003, op. cit., pag. 20