Testa dell'Alpe-Leonardo Bistolfi

LEONARDO BISTOLFI

(Casale Monferrato, 1859 – La Loggia, 1933)

Testa dell’Alpe (La Bellezza liberata dalla Materia), (1906-1910)

Marmo bianco di Carrara, 52x48x29 cm

Firmata sul lato destro della base: LB

Provenienza

Eredi Borgogna; Sant’Agostino Casa d’Aste, Torino (2020); collezione Fondazione C.R. Tortona.

Esposizioni

Asta di sculture, Torino, Sant’Agostino Casa d’Aste, 4 – 13 dicembre 2020, n. 27.

Bibliografia

Asta di sculture, Torino, catalogo della mostra (Torino, Sant’Agostino Casa d’Aste, asta n. 178, 4 – 13 dicembre 2020 esp.;

15 dicembre 2020 asta), Torino, 2020, n. 27 s.p. ripr.

Note critiche

La pregevole testa marmorea è uno degli esemplari che Leonardo Bistolfi trae dal suo monumento a Giovanni Segantini[1] , compiuto fra il 1899 e il 1905 e situato all’esterno del Museo Segantini di Saint Moritz. Conosciuto come L’Alpe, La Verità, L’Arte, La Bellezza, La Bellezza della Montagna e La Bellezza liberata dalla Materia, titolo quest’ultimo che ricalca l’epigrafe incisa sullo zoccolo –, esso è dedicato alla memoria del maestro di Arco, prematuramente stroncato da una peritonite il 28 settembre del 1899 mentre si trovava sullo Schafberg per terminare l’imponente Trittico della Natura[2] , da inviare alla prossima Esposizione Universale parigina del 1900.

La storia del monumento di Saint Moritz è lunga e complessa per gestazione e vicende successive. Subito dopo la scomparsa di Segantini, a partire dalla proposta avanzata da Ugo Ojetti sulle pagine del “Corriere della Sera” del 13 ottobre 1899, è istituito un comitato per sostenere l’erezione di due sculture celebrative, una destinata ad Arco, paese natale, l’altra al piccolo cimitero di Maloja, dove l’artista è sepolto. Entrambe vengono commissionate al casalese Bistolfi, che con Segantini aveva un rapporto di stima e amicizia ed era allora il più apprezzato interprete della plastica funeraria di gusto Liberty. La prima, completata solo nel 1909 e installata nei giardini della città trentina, è un ritratto a figura intera di Segantini che impugna tavolozza e pennelli ergendosi fiero su un alto podio che imita un aspro costone roccioso. La seconda, oggi a Saint Moritz, è una rappresentazione simbolica dell’indomita ricerca del divisionista in cui “una forma muliebre, ignuda tutta, esce dalla rupe; nelle carni immacolata come le nevi, nelle pupille immota e fredda come i ghiacci. É la favolosa vergine Bellezza delle Alpi eterne, che fascinò lo spirito e ispirò l’arte del Segantini. Un capolavoro”[3] . Testimonianze dirette[4] riferiscono i numerosi e fallimentari tentativi che condussero Bistolfi all’elaborazione del prototipo in argilla – poi tradotto in marmo di Carrara entro la fine del 1905 -, chiarendo le dinamiche del peculiare processo creativo, di reminiscenza michelangiolesca, culminante in un’epifania provocata dall’intimo e prolungato contatto con la terra duttile, da cui la forma spontaneamente scaturisce: “É la stessa creta che si foggia nella mia mano e che io trovo lavorata”[5] ;. L’opera, non ancora pronta a quelle date, non è inserita nella personale di Bistolfi alla Biennale di Venezia del 1905 (22 aprile – 31 ottobre 1905), ma esibita una prima volta nel padiglione della Galleria Grubicy (28 aprile – 11 novembre 1906) allestito nell’ambito dell’Esposizione Internazionale di Milano del 1906, prestigiosa vetrina per cui lo scaltro Alberto Grubicy seleziona altresì una serie di importanti dipinti di Segantini e di Gaetano Previati, i nomi di richiamo della sua scuderia. Alla conclusione della manifestazione, Grubicy, che si sarebbe dovuto occupare del trasporto della statua a Maloja, contravviene agli accordi stipulati con il comitato promotore, caldeggiando, fra le polemiche, il suo trasferimento a Saint Moritz nel nascente Museo Segantini – inaugurato il 25 ottobre 1908 -, dove è collocata da principio nel peristilio, poi in un’area verde nei pressi della costruzione (intorno al 1911), infine traslata nel viale di ingresso della stessa (dopo il 1948), luogo in cui attualmente si può ammirare.

La Bellezza liberata dalla Materia è fra egli esiti migliori del percorso di Bistolfi che, superate le giovanili inclinazioni veriste, evolve verso un simbolismo d’eco secessionista e preraffaelita qui scevro sia dalla ieratica fissità del precedente La Sfinge[6] , sia dall’enfasi decadente del più tardo Monumento a Cavour[7] >, ambedue congruenti per soggetto e intenti: “Il nobile e pensoso poeta del marmo ha fatto, diciamolo pure altamente, opera in tutto e per tutto degna di quel grande poeta del pennello che fu il pittore d’Arco. Io non sarei anzi alieno dall’affermare che in nessuna altra delle sue statue egli abbia raggiunto una maggiore efficacia e suggestione ed una maggiore eccellenza di plastica di quelle, che colpiscono di prim’acchito chiunque contempli la bellissima e purissima figura simbolica, la quale staccasi, con soave indolenza sognatrice, dalla candida massa lapidea.”[8] . Stilisticamente vicina alla bistolfiana Igea[9] , la flessuosa fanciulla inarca il suo corpo levigato affiorante dal blocco sgrezzato a guisa di montagna, mentre il viso, incorniciato dalla capigliatura fluente, si leva con fare estatico come a respirare quell’aria tersa in cui si trova sospesa, cullata in un bianco limbo fra le dimensioni della terra e della cielo, della materia e dello spirito. L’eleganza del nudo, che superbamente sposa linearismo decorativo e tensione volumetrica, realizza pienamente il medesimo sentimento panico che informa l’opera di Segantini, perpetuando nella pietra il rapimento mistico dell’artista al cospetto della maestosità dei panorami alpini ritagliati nella luce cristallina. Il basamento quadrangolare a sviluppo irregolare, che al resto della scultura si integra, legandovisi liberamente senza soluzione di continuità, reca delicati bassorilievi: sul fronte una scena pastorale, ispirata a Lo specchio della vita[10] di Giuseppe Pellizza da Volpedo, a destra e sinistra due omaggi a Segantini, rispettivamente il profilo della sua salma vegliata dalla dea dell’Arte (o dell’Amore) e una trasposizione del dipinto Natura[11] .

Del monumento di Saint Moritz esiste una copia marmorea, sprovvista della base istoriata, che lo stesso autore nel 1915 dona alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma[12] .

Molte sono le varianti in gesso, più rare quelle in marmo e in bronzo, della sola testa o del busto, uscite dall’atelier di Bistolfi e conservate in musei e collezioni private.

I repertori del catalogo che accompagna la monografica a Palazzo Langosco di Casale Monferrato del 1984, citano un puntuale elenco dei pezzi fino ad allora noti[13] , fra cui quelli della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Milano e delle Raccolte Frugone di Nervi.

In questo ciclo di lavori derivati dall’originale e fra loro similari, con minime differenze nella struttura e nelle misure, Bistolfi concentra l’attenzione sulla fisionomia del volto sognante, reso con un’attitudine al contempo verista e ideista capace di liriche sublimazioni. Dai lineamenti caratteristici, la Bellezza è esente dalle forzature dei modelli europei che pur la orientano – dalle altere femme fatale di Dante Gabriele Rossetti ai luciferini personaggi di Jean Delville –, ingentilita invece da una genuinità e freschezza tutta serbata nelle palpebre eburnee, chiuse a rimirare gli incanti di un mondo altro, accessibile solo agli occhi della mente.

La nostra scultura, non compresa nel suddetto inventario, proviene dalla famiglia Borgogna, tra i cui avi spicca Antonio Borgogna (1822-1906), avvocato nonché eclettico e acuto collezionista, che nel 1882 compera a Vercelli il neoclassico Palazzo Ferreri per adibirlo ad abitazione ed ospitare la sua ormai sostanziosa raccolta d’arte. Alla sua morte, il nipote Francesco Borgogna (1855-1924) ne esegue le disposizioni testamentarie avviando la conversione dell’edificio in museo, il Museo Borgogna, aperto al pubblico nell’ottobre del 1908, del quale diventa il primo presidente. Vi si custodiscono, fra le tante opere di illustri maestri di ogni epoca, il famoso Per ottanta centesimi![14] di Angelo Morbelli, acquisizione del 1912 che denota l’interesse del fondatore per la pittura coeva, e un bel busto di Francesco Borgogna[15] scolpito da Bistolfi.

Marina Scognamiglio


Note

[1] Leonardo Bistolfi, La Bellezza liberata dalla Materia, 1899-1905 circa, marmo bianco di Carrara, 303x150x160 cm, Museo Segantini, Saint Moritz

[2] Giovanni Segantini, Trittico della Natura. La Natura, La Vita, La Morte, 1896-1899, 192,5×321,5 cm, 236×402,5 cm, 192,5×321,5 cm, Museo Segantini, Saint Moritz

[3] C. Caversazzi, Il monumento a Cavour in Bergamo, in “Emporium”, 1913, vol. XXXVIII, n.226, pp.312-314.

[4] O. Brentani, La storia di un monumento a Giovanni Segantini, in “L’Eco del Baldo”, 13 e 18 agosto 1908 (Cfr. A. Audoli, a cura di, Chimere. Miti, allegorie e simbolismi plastici da Bistolfi a Martinazzi, catalogo della mostra (Torino, Galleria Weber & Weber, 5 giugno – 26 luglio 2008), Torino, 2008, p.11).

[5] Leonardo Bistolfi citato in P. Lombroso, Artisti contemporanei. Leonardo Bistolfi, in “Emporium”, 1899, vol. IX, n.49, p.15

[6] Leonardo Bistolfi, La Sfinge, marmo, 1890-1892, Monumento funerario Pansa, Cimitero Monumentale, Cuneo

[7] Leonardo Bistolfi, Monumento a Cavour, marmo, 1911-1913, Piazza Matteotti, Bergamo

[8] V. Pica, Il monumento a Giovanni Segantini, in “Emporium”, 1906, vol.XIII, n.138, p.478

[9] Leonardo Bistolfi, Igea, gesso, 66x61x65 cm, Gipsoteca Leonardo Bistolfi, Casale Monferrato. La piccola scultura è forse un bozzetto per il concorso per il Monumento a Pacchiotti, destinato al Cimitero di Torino, poi vinto da Luigi Contratti.

[10] Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lo specchio della vita (E ciò che l’una fa e l’altre fanno), 1895-1898, olio su tela, 132×288 cm

[11] Vedi nota 2.

[12] Leonardo Bistolfi, La Bellezza liberata dalla Materia, 1908-1915 circa, marmo, 180x150x150 cm, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

[13] “Testa in Marmo dell’<>, 49x46x30 cm, Galleria Comunale d’Arte Moderna Milano. [1909, 48,5×45,5×29,5 cm]

Testa in Marmo dell’<>, 52x51x30 cm, Raccolta Luigi Frugone, Musei Civici Genova-Nervi.

Calco della testa dell’<>, Coll. Priv. Milano.

Idem h.48 Galleria Al Portale, Casale M. 1983.

Testa dell’<> in bronzo, 42×49 cm, con dedica “al suo Bep” (Metzger); Coll. Priv. Torino.

Idem in bronzo h.38, Galleria Al Portale, Casale M. 1983.

Idem in bronzo, Coll. Priv. Milano.”

(S. Berresford, a cura di, Bistolfi, 1859-1933. Il percorso di uno scultore simbolista, catalogo della mostra (Casale Monferrato, Chiostro di S. Croce, Palazzo Langosco, 5 maggio – 17 giugno 1984), Piemme, Casale Monferrato, 1984, p.227).

È noto anche un esemplare che reca la dedica a Luigi Sacchetti (Leonardo Bistolfi, La bellezza liberata dalla materia (Testa dell’Alpe), 1906, marmo, 54×45,5×31 cm) riprodotto in A. Audoli, op.cit. 2008, p.93.

[14] Angelo Morbelli, Per ottanta centesimi!, 1895-1897, olio su tela, 67,5×121,5 cm

[15] Leonardo Bistolfi, Francesco Borgogna, marmo, 124x45x60 cm